San Pietro e Paolo, cosa resta oggi dei riti delle tarantate

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San Pietro e Paolo, cosa resta oggi dei riti delle tarantate

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Era il 1959 quando Ernesto De Martino e la sua equipe sono giunti in Salento per studiare da vicino il fenomeno del tarantismo. Sono passati sessant’anni e noi oggi siamo stati a Galatina alla festa di San Pietro e Paolo, sulle tracce di ciò che è rimasto del morso della tarantola.

La storia del tarantismo

Galatina, cuore barocco e animo misterioso, suggestivo e affascinante. È qui che nasce il tarantismo, un fenomeno ancora controverso, vestito di storia popolare e credenza  religiosa. 

Si racconta che in una notte di tempesta San Paolo arrivò a Galatina e trovò rifugio in casa di un buon uomo. La fama del santo passò di bocca in bocca e in quei giorni furono in tanti a recarsi da lui per chiedergli la grazia di essere liberati dal veleno delle tarantole.

Quando giunse il momento di andare via il discepolo di Cristo decise di graziare le persone di Galatina, rendendole per sempre immuni dal morso della tarantola. Inoltre, riconoscente dell’ospitalità ricevuta, affidò all’uomo e alla sua discendenza il potere di guarire i tarantati. 

Iniziano da questo momento i secoli di pellegrinaggio a Galatina; un pellegrinaggio che aveva il suo culmine proprio negli ultimi tre giorni di giugno, quando si festeggiavano San Paolo e San Pietro. 

Passarono gli anni e nel ‘Seicento la discendenza dell’uomo stava per finire con le sorelle Farina. Le due donne allora decisero di sputare nel pozzo di casa per dare all’acqua i loro stessi poteri. Vendettero la casa a patto che proprio lì, dove aveva dimorato San Pietro, dove si trovava il pozzo benedetto, venisse costruita una cappella che doveva restare aperta a tutti dal 28 al 30 giugno di ogni anno.

Il rito di San Paolo

Il fenomeno delle tarantolate e dei tarantolati si trasformò pian piano in un vero e proprio rito catartico. Ogni anno nelle vittime si ripresentavano i sintomi del veleno della tarantola che le costringeva a tornare nella cappella di San Paolo per chiedere la grazia. I tarantolati erano per lo più contadini che lavoravano il tabacco e d’altronde i filari erano un ambiente umido, dov’era facile che nidificassero i ragni. 

Lo sguardo perso, la totale perdita di controllo sui propri impulsi e sul proprio corpo, il viso scavato dalla sofferenza nascosta nei meandri della propria intimità. Le tarantate sono state soprattutto donne ma non sono mancati anche gli uomini. Nei giorni della festa venivano vestiti di bianco e accompagnati fino alla chiesetta di San Paolo. Distesi su un lenzuolo candido mentre intorno a loro incalzava il suono dei tamburelli e la gente accorsa sventolava nastrini colorati. Al ritmo dei tamburelli i tarantati si muovevano, danzavano, cantavano, cercavano di prendere i nastrini dei diversi colori. Infine sfiniti correvano a bere l’acqua del pozzo e subito dopo vomitavano la loro sofferenza e con essa il veleno del ragno. Si diceva infatti che portare allo sfinimento i tarantati era l’unico antidoto per eliminare il veleno della tarantola.

 Sembravano indemoniati i tarantati ma Ernesto De Martino ne La terra del rimorso  parla di fenomeni di isteria, legati non tanto al morso di un ragno ma al mal d’amore, d’amicizia, a problemi famigliari e a tutte quelle sofferenze che attanagliano le vite umane. 

Dopo gli anni Sessanta sono stati sempre meno gli uomini e le donne morsi dalla tarantola e i tarantati sono diventati sempre più spesso solo protagonisti di racconti tramandati di casa in casa, come leggende antiche e lontane da noi. 

Allora oggi è questo che resta del tarantismo? Una storia raccontata? 

Beh resta sicuramente il fascino di un fenomeno antropologico radicato nell’anima del Salento. Resta la voglia di partire da ogni dove alle prime luci dell’alba per trovarsi davanti alla cappella di San Paolo, dove ogni anno si  rappresenta il rito delle tarantate. Resta il fascino della piccola cappella e la bellezza unica e barocca della chiesa madre di Galatina. 

Resta sicuramente il ritmo convulso dei tamburelli, le nenie e la pizzica, che ha conquistato il posto di unica vera regina dell’estate salentina. Restano i visi sorridenti di chi arriva a Galatina per la festa di San Pietro e Paolo e non vorrebbe andare più via. 

Resta la musica della banda, il pellegrinaggio nelle chiese, i giocattoli per i bambini e il caramello della cupeta che solletica l’olfatto di tutti fin dalla mattina. Resta il profumo unico dei pasticciotti di Ascalone, il sapore delicato della crema che si mescola alla pasta frolla.

Resta un animo in festa che ha preso il posto del tormento e della sofferenza, non mettendo da parte però la voglia di godersi le tradizioni e di perdersi in una storia popolare ma sempre suggestiva. 

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